Si può spostare, per favore?

Ho sempre pensato che in un periodo nel quale il movimento MeeToo va alla grande, parlare di parità di genere e violenza sulle donne, risulta una “paraculata” assurda.

Eppure mi ritrovo qui a trattare di questo argomento.

Già posso immaginare gli occhi sollevati al cielo e il commento dirompente nella testa come una squadra marciante ben addestrata di Bersaglieri, urlare “Un’altra femminista!“.

Non sono una femminista, non ho abbastanza informazione e conoscenza per ritenermi tale.

Il realtà questo articolo sta nascendo del tutto spontaneamente, dopo la visione di una serie tv su Netflix, Sex Education, e che mi ha riportato con la memoria ad un fatto avvenuto durante il periodo della mia adolescenza.

Non starò qui a sviscerare i particolari di trama della serie ma vi basta sapere che in un particolare episodio, si parla di abusi, più o meno presunti, che avvengono nei confronti delle donne.

Le parole usate in determinate scene, mi hanno fatto comprendere e capire che quello che avevo provato io era stato giusto, mentre l’ignoranza adottata nei miei confronti sbagliata.

Risale al periodo in cui andavo a scuola, ora non mi sovviene esattamente in quale anno di liceo.

Ma ricordo perfettamente l’autobus preso, il 200, quello che mi portava dalla stazione di Prima Porta fin sotto la collina dove si ergeva la mia scuola, nel quartiere bene dei Parioli.

Ora Roma è una città meravigliosa eppure è talmente grande da risultare abbastanza probabile, nella casistica delle persone che tu incontrerai nella tua vita, di incrociare qualcuno con una mentalità sbagliata.

Io però mi sentivo sicura. Quell’ autobus mi accompagnava da almeno dieci anni, erano le otto del mattino, c’era gente ben vestita che andava al lavoro, eravamo in uno dei quartieri più ricchi e tranquilli della città e a forza di stare su quei maledetti mezzi, ci conoscevamo più o meno tutti su quell’ abitacolo, anche solo di vista.

Ancora mi ricordo i miei blu jeans scuri della Levis, il piccolo zainetto nero della Eastpak e quella cartella trasparente piena di scritte rosa fatte con l’ Uniposca dalle mie amiche, dove dentro tenevo le squadre, il goniometro e i fogli per la lezione di Educazione Artistica.

Ero solita stare con le cuffiette del mio ipod – all’ epoca era il primo uscito in commercio e mi sentivo una grandissima figa ad indossarlo – e guardare fuori dal finestrino mentre le strade sempre uguali, quelle nelle quali riconoscevo ogni singolo vicolo, ogni singolo commerciante che apriva la saracinesca del negozio, mi scorrevano davanti.

Ero tranquilla, ero serena e poi sentii qualcosa alle mie spalle.

Qualcosa che premeva sul mio sedere.

Se lentamente mi ci soffermo ancora ne percepisco la consistenza, lo spessore e la forma leggermente smussata.

Ero piccola, ero ingenua, sognavo una storia d’amore alla Tre Metri Sopra Il Cielo, libro che probabilmente quel giorno avevo nel mio zainetto nero e li per li non mi resi effettivamente conto di cosa stava avvenendo; non stavo effettivamente capendo.

Mi chiesi per lunghi minuti cosa fosse e perché un uomo fosse così vicino a me, sopra di me.

Ad un certo punto mi girai a guardare e vidi che aveva una borsa in mano ed era ben vestito, di carnagione scura ed era un signore certamente, molto più grande di me.

Ero rossa in viso mentre tornavo a gurdare fuori dal finestrino.

Mi domandai per i successivi dieci minuti se non mi stessi sbagliando, se fosse in realtà quella borsa a spingere li e che mi stessi immaginando tutto.

Eppure quella borsa doveva essere spigolosa e fastdiosa, non così arrotondata, poi l’autobus è vero che fosse pieno ma perché lui doveva stare proprio così attaccato a me e perché la signora seduta nel sedile di fronte mi guardava con compassione e al contempo con disappunto?

Si aspettava che io reagissi in qualche modo? E perché lei non faceva assolutamente nulla per aiutarmi?

Forse allora davvero avevo frainteso la situazione.

Stanca di quelle elocubrazioni alla fine mi voltai a guardarlo.

Avevo tra i sedici e i quindici anni – o forse quattordici (?), ormai non ricordo più – e avevo gli occhi rossi come la faccia, li sentivo bollenti, e il sudore freddo e la voce piccola: “Si può spostare, per favore?

Fu l’unica cosa che dissi.

Quell’uomo non solo si spostò ma uscì dall’autobus.

Solo quando scesi anche io alla mia fermata riuscii nuovamente a respirare.

Mi veniva da vomitare, lo ricordo perfettamente.

E proprio come in Sex Education io dimenticai ogni cosa o almeno per quella mattina feci finta di nulla, andai in giro come se nulla fosse e niente mi poteva disturbare.

Non feci assolutamente nulla di diverso anche se uno strano pensiero mi ritornava alla mente.

E poi quella sera lo dissi alla mamma.

Glielo dissi con leggerezza come se non fosse nulla, raccontando poco e niente, sicuramente non i particolari. Gli dissi solamente “Oggi sull’autobus un uomo mi si è appoggiato contro”.

Poteva voler dire tutto oppure niente.

La risposta di mia madre fu: “Non è nulla, è accaduto anche a me”.

Per anni avevo accantonato questa storia eppure mi rendo conto che non dovrebbe essere così, ora che ci rifletto, ora che mi ci hanno portato a riflettere.

Non dovrebbe essere nulla! Non dovrebbe essere è accaduto anche a me!

Perché dobbiamo essere trattate come se il corpo non fosse nostro ma solo un oggetto di sfogo?

Perché dobbiamo stare in silenzio quando ciò accade?

Perché nessuno è dalla tua parte quando ti capitano queste cose?

E perché mai non l’ho raccontato a nessuno se non a mia madre quell’unica volta?

L’ho dimenticato. Ho dimenticato che tempo a dietro mi avevano fatto una molestia e tutt’ora nella mia testa non riesco a catalogarla come tale, ma come una disavventura.

Ma è una disavventura che ancora vive in me senza che io me ne renda poi così conto.

Quando sono sull’autobus ho sempre la sensazione che qualcuno mi fissi, non mi siedo mai in fondo, ho sempre le spalle rivolte contro una porta, una parete.

Io odio gli autobus e trovo che abbiano un odore più nauseante del dovuto, sento odori orribili anche quando non ci sono e mi sono sempre domandata il perché.

Spesso mi è capitato tra amiche, tra le solite chiacchiere da bar, di sentire qualcuna uscirsene “Non prendo quasi mai il treno da sola e quando accade, sempre vicino ad una signora”.

Perché succede, di continuo!

Mi è capitato una volta in treno, non molto tempo fa, mentre andavo a Latina, che un ragazzo, un ragazzo su per giù della mia età, facesse finta di dormire con la giacca sopra di se, per nascondere la mano che si allungava sulla mia coscia.

E anche li non ho fatto nulla se non scostargli la mano e guardarlo male.

Che poi lui stava con gli occhi chiusi, quindi capite bene l’inutilità di tutto ciò.

Noi non facciamo mai nulla.

Ci ritroviamo solamente a lamentarcene con le amiche con un semplice “Che viscidi che sono! Mi siedo sempre sul sedile all’ esterno apposta, così ho via libera per alzarmi ed andarmene

E questa frase non l’ho inventata, è trascritta letteralmente da ciò che un giorno una mia amica mi disse.

Non dovremmo cercare la via di fuga, dovremmo essere libere di sederci dove vogliamo, di prendere i mezzi a qualsiasi ora vogliamo, anche il treno notturno senza dover richiedere il vagone con lettino riservato esclusivamente alle Donne.

Perché si, notizia flash per chi non lo sapesse, già da anni Trenitalia ha dovuto mettere un vagone speciale solo per le donne che viaggiano con gli Intercity Notturni.

La cosa che più sconvolge in tutto questo è che se si va a scavare in fondo a questa storia si comprende che più della metà della popolazione femminile almeno una volta nella sua vita ha subito tali situazioni ma tutte noi, la maggior parte del tempo, rispondiamo con un semplice

 “Si può spostare, per favore?

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Parlavo con una amica nipponica e mi diceva che in Giappone, sugli Shinkansen, treni iperveloci, si hanno gli stessi problemi. E là nessuno protesta stanno zitti, subiscono a sorrisi e bocconi amari. Adesso la sera le ferrovie locali hanno rimediato con vagoni per sole donne, usatissimi, non su tutte le linee ovvio. Ho usato il tuo vissuto per riportare questa notizia, che il mondo è paese. Un saluto 🙂

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    1. Vale Relli ha detto:

      Sapevo di questa usanza in Giappone e li la situazione è ben peggiore.
      È comunque certo che tutti noi viviamo in un mondo che ha ancora tanto da imparare e da crescere.

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  2. GoatWolf ha detto:

    Mi dispiace molto per quel che ti è successo e continua a succedere a tutte, e a essere accettato. Io credo che ci sia un vuoto spaventoso rispetto alla maturazione ed educazione sentimentale ed emotiva, soprattutto degli uomini. Una generale incapacità di capire come comportarsi, come gestire le pulsioni sessuali, come vedere gli altri individui in quanto persone e non oggetti. Poco tempo fa, giusto per portare un esempio artistico, ho letto il testo di “Every Breathe You Take” dei Police: è, o dovrebbe essere, chiaro ed evidente che si parla di uno stalker, un decerebrato inquietante che osserva e perseguita la sua vittima, affermando su di essa il proprio controllo. Beh, una larga fetta di gente la ritiene invece una canzone romantica in cui si esprime amore, cura e dedizione! Persino Sting ne è rimasto contrariato. Una tale incomprensione è emblematica della realtà abusiva che viviamo.

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    1. Vale Relli ha detto:

      Molti giustificano il desiderio fisico ad un mero istinto naturale. In effetti lo è ma c’é sempre quel confine netto che ci ha fatto evolvere in essere umano piuttosto che rimanere semplici animali; ed è quello della coscienza di sé (cosa che appartiene solo a noi e ai Delfini).
      Ergo se si ha coscienza di sè, si dovrebbe avere anche del prossimo.
      Molti purtroppo se ne dimenticano

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