MoviePost – The Irishman

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Film di casa Netflix, è diretto da Martin Scorsese ed interpretato da una serie di attori che hanno fatto la storia del cinema e che il regista stesso ha più volte usato nei suoi celebri capolavori: stiamo parlando di Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci.

Ma di cosa parla The Irishman?

Parla per l’appunto di un uomo irlandese, Frank Sheeran (Robert De Niro) di ritorno dalla seconda guerra mondiale combattuta in Italia e che, approdato in America, con famiglia a seguito, si barcamena tra il suo lavoro onesto di caminiosta alimentare per la ridistribuzione della carne nei ristoranti e alcuni lavoretti extra per aiutare i piccoli boss di quartiere.

Grazie a questi utlimi farà la conoscenza di Russell Bufalino (Joe Pesci) l’uomo più influente della mafia italiana negli anni ’50 a New York e si infiltrerà all’interno dell’organizzazione fino a scalare piano piano i suoi vertici, acquisendo sempre più potere e riuscendo a conoscere anche Jimmy Hoffa (Al Pacino), Sindacalista per i diritti dei Camionisti e che fece scoppiare un caso mediatico in quegli anni per la sua scomparsa, per lungo tempo attribuita alla Mafia.

La storia raccontata da Martin Scorsese prende spunto dal libro omonimo L’Irlandese, scritto nel 2004 da Charles Brandt, scrittore che negli ultimi anni di vita del reale Frank Sheeran è riuscito a strappargli un’intervista che ha riportato a galla fatti di cronaca dell’epoca e che hanno segnato la storia americana anche dal punto di vista politico.

Di fatto, come tutt’ora accade anche se in maniera più velata e meno violenta, la Mafia ha garantito candidature e ruoli di potere a personaggi di spicco rimanendo comunque nelle retrovie e manipolando tutto quello di visibile o meno.

Con la sua bravura magistrale Scorzese riadatta il libro per la pellicola senza snaturarlo ma esaltondene i punti di forza e mostrando un nuovo punto di vista: quello del gangster stesso – dinamica difficile da portare al grande pubblico poiché potrebbe scivolare nell’errore di farlo empatizzare con le vicende di un uomo che infondo non può essere un modello da imitare – . Invece Scorzese riesce a non mostrare una parzialità per i suoi personaggi ma li rivela per quello che sono con pregi, difetti, fragilità e atti di innata inumanità; si condannano, si compatiscono vengono analizzati in ogni singolo momento dallo spettatore.

Le capacità attoriali hanno fatto il resto rendendo ogni personaggio profondamente complesso, difficile da capire fino in fondo, come del resto lo è anche nella vita reale.

E’ un film sulla Mafia, quella italiana ovviamente, ma al tempo stesso non lo è; non è il classico film visto e rivisto dove il cattivo riesce ad essere più cattivo degli altri cattivi e alla fine sopravvive.

Qui si parla di crescita, di evoluzione umana, quasi parabola della vita di ognuno di noi: con una nascita, una crescita e infine una decadenza.

Si incunea nelle ore, nei giorni, nei mesi e negli anni di una vita mostrandotela in tutti i suoi attimi di bellezza ma anche di profondo orrore e infine disperazione.

Perché la domanda che ci si pone alla fine è: quello che facciamo è fine a se stesso, per quel determinato momento oppure ogni scelta ci porterà ad una fine della vita che può essere considerata pienamente vissuta? Saremo felici, sicuri?

Scorzese e tutti gli attori in questo film hanno un’età parecchio avanzata e questo forse li spinge a riflessioni ben diverse di quando giravano altri film di questo filone: il fine ultimo della vita di un mafioso è solo quello di rimanere in vita? Solo quello di sopravvivere rispetto agli altri?

E poi dopo, cosa c’è?

Noi uomini nella nostra crescita con cosa rimaniamo alla fine dei nostri giorni? Chi ci starà vicino, chi si allontanerà, chi morirà prima di noi?

Tutto quello che abbiamo fatto a cosa porta? Cosa ci resta?

Questo film è un film non semplice, sicuramente d’Autore, lungo tre ore e mezza, pesante all’inzio, difficile da seguire nella sua interezza ma che lentamente sale, sale di tensione tanto da lasciare l’ultima ora e mezza con il fiato sospeso per capire cosa accadrà, sperando di non vedere quello che ci si aspetta, credendo in un ultimo atto di umanità che però non perviene.

Sono uomini, portati in scena, che si sentono onnipotenti che sono al di sopra di ogni cosa ma infondo arrivati ad un certo punto della vita ciò che rimane è solo la presenza di un corpo umano, fragile e anziano.

Vanagloriosi che parlano di morte tra una bistecca e una chiacchiera da bar, la quotidianità che risulta legata a doppio filo con la morte, come se fosse un lavoro qualunque in un giorno qualunque di una persona qualunque.

La famiglia non è più la famiglia umana fatta di moglie, figli ma solamente di amici che potrebbero ucciderti da un momento all’altro. Famiglia dove si deve portare rispetto ma nel frattempo vivere costantemente nella paura di girare una chiave in una macchina rischiando di saltare in aria.

Le voci di assenza di donne che ti guardano, comunicano solo con gli occhi e in quelli c’è odio, disprezzo e compassione per quegli uomini egocentrici e che per proteggerle hanno dimenticato di amarle.

Fotografia, colori vividi, luminosi ma che provocano una sensazione di fredda estranietà.

Un film ben fatto, ben costruito, sicuramente da Oscar.

Pecca grande per me sono stati gli effetti grafici della CGI per quanto riguarda il ringiovanimento dei personaggi principali: si vedeva veramente tanto lo stacco del volto di un uomo giovane sul corpo e le movenze su uno di settanta anni.

Comunque sia sicuramente ben meritate le candidature per gli Oscar di quest’anno.

Avendo visto solo parzialmente per ora i film candidati, devo dire che mai come quest’anno ci sarà una vera lotta per la conquista delle statuette: film veramente di spessore, ben scritti, interpretati.

Staremo a vedere cosa succederà.

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